Un artigiano in mezzo alle multinazionali

“Sono uno dei pochi atleti che non si allena nemmeno con il cardiofrequenzimetro, un artigiano in mezzo alle multinazionali”. Marco non aveva bisogno di un aggeggio tecnologico per misurare il battito cardiaco. Marco era un artigiano, di quelli bravi, di quelli che si alzano la mattina alle 6 e tornano a casa la sera distrutti dopo una giornata in bottega. Marco non aveva nessun orologio al polso nè tanto meno ciclocomputer che misurassero watt e vam. Da buon Pirata, aveva con sè solo una bandana, quella che gettava al vento quando arrivava il momento di far accelerare i battiti del suo cuore e, soprattutto, quelli della folla. Migliaia, forse milioni, di cuori che battevano insieme al suo, come un fiume di persone che affronta imperterrito al scalata al Mortirolo.

Il potere di Pantani era questo, una magia in mezzo alla normalità, sfociata, ahi noi, nell’attuale routine priva di spettacolo ed emozioni. Le stesse che solo gli artigiani di una volta sanno trasmettere attraverso il lavoro, il sudore e quel pizzico di fantasia necessario a rendere un prodotto unico. Un’utopia per gli standard moderni ai quali le multinazionali ci hanno abituato, portatrici di una schiavitù culturale che va oltre ogni aspetto economico e sociale.

Nel ciclismo di oggi si vince con watt, battiti, cadenze e chi più ne ha più ne metta. Poco spazio al cuore, relegato a fattore da monitorare per aumentare la performance. Il cuore, lo stesso che ha contribuito ha costruire la favola di Marco Pantani, l’ultimo artigiano del ciclismo, uno sport che ha visto la luce nelle botteghe di periferia, lì dove un pezzo di ferro con due ruote valeva la felicità, la libertà, la vita.

Per cadere da una bici serve poco, a volte un attimo, lo stesso che può servire per rialzarsi e rimontare in sella. Marco lo ha fatto, sempre e comunque, spinto da quello spirito artigiano abituato a guardare sempre il bicchiere mezzo pieno. Una prova di forza che ha emozionato più di un record di scalata ad una Alpe d’Huez qualsiasi. Un traguardo destinato a pochi, a chi fa del ciclismo il proprio pane quotidiano e della fatica la compagna delle avventure più belle.

Il ciclismo ci ha abituato ad essere il palcoscenico della normalità, il riscatto sociale di chi è venuto dal basso ed ha costruito il proprio sogno nell’umiltà degli ultimi. Un sogno che si costruisce a poco a poco, con dedizione ed amore nei confronti della propria passione. Come un artigiano che lavora al suo piccolo capolavoro, come un Pirata che conquista i cuori della gente. Al diavolo i cardiofrequenzimetri, lui non ne aveva bisogno. Il ciclismo non ne ha bisogno.

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Informazioni su Luca Pulsoni

Luca Pulsoni (Avezzano, 1 settembre 1990) è un praticante giornalista e blogger che si occupa di sport, in particolare di ciclismo. Avvicinatosi al mondo della bicicletta grazie alle imprese di Marco Pantani, nel 2014 è fondatore di gpmciclismo.it, portale di cui diventa redattore fino all’aprile 2017. Nel 2016 inizia a collaborare con le testate marsicane ilfaro24.it e MarsicaSportiva.it in cui si occupa di ciclismo e calcio. Nel 2017 inizia la collaborazione con Cicloweb.it. Nel luglio 2017 apre il proprio blog omonimo. A settembre dello stesso anno diventa admin della pagina Facebook “Allez – Operazione Ciclismo”. Insieme a Turi Barbagallo, è autore dell’audiolibro “Marco Pantani – Il mito del Pirata negli anni d’oro del ciclismo”, editore Area51 Publishing. Nel 2015 ha conseguito la laurea magistrale in Economia presso l’Università degli Studi di L’Aquila.

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